Lettera per molti

Ci sono notti che cominciano alla fine di giornate epocali, e tu vorresti soltanto sentire il vento tiepido in faccia, e respirare, e avere tregua.
Ci sono notti che altro che Ligabue.
Ci sono notti che il giorno prima hanno ammazzato uno come te, e ne hanno picchiati a mazzi. Poi la sera alla televisione ti hanno detto di non venire a manifestare, di lasciar perdere, e te l’hanno detto in tre. Un presidente silente, un governatore dal muso di plastica e uno che raccontava di essere dalla tua parte. Tutti e tre a dire dai ragazzi, state a casa e vedete che non vi succede niente.
È stato allora che hai deciso di partire. Ti sei fatto un viaggio muto, a sentire le schitarrate altrui e a pensare che sarebbe potuto toccare a te, di morire per niente.
Sei arrivato, e all’inizio hai pensato che tutto sarebbe andato bene.
Hai marciato sotto un sole impietoso, in mezzo a tanta gente. Poi il clamore, laggiù in lontananza. Degli scoppi, e lunghe scie di fumo ad avvelenare l’aria. Hai corso, allora, hai corso come un pazzo.
Ci sono notti che per tutto il giorno sei scappato come fossi un criminale, versando lacrime marce, addosso una paura maledetta di morire, con i blindati ciechi e neri a travolgere ogni cosa e a costringerti a saltare su di un muro.
Ci sono notti che pensi alla ragazza che hai visto appena, stretta contro un muro a difendersi con niente da un assalto insensato, in cinque contro una. I suoi capelli lunghi e braccia subito tumefatte a coprirsi. Il calcio di un anfibio dritto in faccia.
Ci sono notti che magari sei riuscito a non prendere nemmeno una bastonata, e quasi ti senti in colpa davanti alle maschere livide che incontri in un bar. E però provi a sorridere con loro, e condividi una strana euforia da dopo battaglia, e la birra scende giù fresca nella gola che fa male.
Ci sono notti che dovrebbero finire così, a scambiarsi racconti, a respirare aria pulita. Senza pensare a tutto quello che è stato, a quello che sarà.
Poi vicino a te è squillato un cellulare. Poi un altro, e un altro ancora. Hai ascoltato attonito quello che stava succedendo a pochi metri da te, portato dal racconto rabbioso di chi era rimasto fuori e non sapeva più come sentirsi.
Il barista ha tirato giù la serranda bestemmiando, salvando te e molti altri, e ti è sembrato che anche quella fosse un’ingiustizia, perché tu scampavi di nuovo alla mattanza, e troppi altri no.
Ci sono notti che non passano mai, e si resta nelle tenebre, a tentoni, in attesa di uno spiraglio di luce, intenti a ricordare.
Ci sono notti che hai vissuto e che nessuna voce ragionevole, nessuna schifosa sentenza, nessun insulto reiterato, potranno mai guarire.

PaolaRo