SIAMO UOMINI O PENDOLARI

Tra le varie esperienze estreme, quella di viaggiare sui mezzi pubblici è probabilmente la più decisiva per confermare l’esistenza dell’inferno.
Sì gente, satana esiste, e fa l’amministratore delegato della vostra consociata trasporti locale. I gironi infernali ci sono eccome, ciascuno con il suo bel numeretto scritto davanti.
Il problema principale del mezzo pubblico non è tanto il fatto che arriva in ritardo, oppure non arriva mai, oppure quando arriva è stracolmo e comunque dopo dieci metri si imbottiglia in un serpentone di ingorghi. Questi sono dettagli.
Il problema vero e reale è lo sconforto più nero in cui si rischia di cadere dopo poco.
Sì, perché non basta superare la prova dell’arrembaggio, vero e proprio rompicapo logico e metafisico, della serie: data una porta larga venticinque centimetri, quante persone ci possono passare attraverso nello stesso momento e restare vive? (pst, dopo tanti anni di esperienza posso affermare con ragionevole certezza che la risposta è cinquanta se sono studenti, trentotto se pensionati).
Non basta nemmeno approdare all’interno più o meno incolumi, strizzati tra un anziano obeso che si regge su due bastoni e un paio di nani muniti di zaino assolutamente gigantesco, con cui formano un’indissolubile unità.
Né si pensi che sia sufficiente procurarsi alcune lesioni vertebrali alla partenza stantuffante del mezzo, cercando nello stesso tempo di estrarsi dalle carni un paio di carciofi che la vicina madama vi ha proditoriamente conficcato nelle reni.
Il dramma nasce quando i semovibili compagni di viaggio cominciano a parlare.
Il linguaggio è il dono che ci distingue dalle fiere, pensano alcuni ingenui ottimisti, che con tutta probabilità non hanno mai messo piede su un autobus – o forse non ci sono riusciti.
Di solito comincia con una vocetta in lontananza, quasi sempre una lamentela chioccia su qualche disagio inerente al mezzo pubblico stesso.
Personaggi alti un metro e venti cercano di appollaiarsi sugli appoggi in alto e bofonchiano qualcosa sull’inutilità dei suddetti, oppure anziani artritici tentano l’ascesa del sedile più alto, crollano al secondo scalino e si indignano. Non importa chi sia a cominciare, ad accendere la miccia basta pochissimo. È sufficiente un flebile ehmmacheroba per dare il via. Da qui in avanti, chiedersi se siamo uomini o passeggeri diventa del tutto inutile. Parte il conto alla rovescia, il viaggiatore esperto lo sa che sta per arrivare, e infatti eccolo lì, lo slogan dell’autobus.
È UNA VERGOGNA!
Da qui in avanti è tutto in caduta libera. Colpevoli di tanta infelicità umana sono rispettivamente, a seconda dei giorni, delle notizie sui giornaletti gratis e dell’orientamento politico di chi le pronuncia: il governo, i politici, gli zingari, gli esstracomunitari, lorsignori, i rom, gli albanesi tutti, i rumeni tutti, i borseggiatori cileni (solo per passeggeri liguri).
Da qui in avanti è impossibile dire o fare qualcosa, perché l’oratore di turno ha preso l’abbrivio, e se potesse si arrampicherebbe sul punto più alto dell’autobus per farsi sentire meglio.
È a questo punto che il dubbio atroce si fa strada nella mente di chi non annuisce con aria consapevole insieme agli altri.
È a questo punto che viene da pensare di aver sbagliato autobus, nazione e forse anche epoca storica.

PaolaR